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L'arte e la bellezza ci salveranno? piacevole dialogo con Carmelo Fucarino e Vincenzo Greco

La bellezza ci salverà?
(Carmelo Fucarino)
Nei giorni dell’ira in cui la natura si è ribellata alla nostra reiterata profanazione, nei giorni in cui il terrore ci ha colto davanti ai suoi inviolabili misteri, deve pur esserci una luce che ci guidi alla fine del tunnel.

Ieri ho sentito nell’aria un impazzire di trilli di rondini che mi annunziavano il tempo giusto dell’uscita dell’inverno. Anche gli animali delle campagne hanno riacquistato il loro regno e si moltiplicano e occupano gli spazi che l’uomo aveva invaso e a loro derubato, si sono fatti padroni del loro regno usurpato.
E l’esplosione della stagione della rinascita, quella di tutta la terra e di tutti gli esseri viventi, si manifesta nella fantasmagoria della fioritura, dai campi deserti in cui papaveri, margherite gialle e bianche, di rossa sulla, un’infinità di fiori colorano l’oceano di erba che si stende per spazi infiniti di verde intenso.
In questa pausa che abbiamo lasciato alla terra, chiusi in casa e mortificati dalla nostra impotenza, dall’incapacità di difenderci da un attacco invisibile e denso di dubbi e di mistero, forse ora ci rendiamo conto che c’erano dei doni supremi che questa terra ci aveva elargito in secoli di metamorfosi e che noi abbiamo sporcati e prostituiti alla nostra avidità.
Forse potrei spiegarlo con l’esaltante interrogativo che la divina sacerdotessa Diotima pose a Platone, nel canto sublime ed immortale del Convivio:
«Che cosa dunque crederemmo, se ad uno di voi capitasse di vedere la bellezza in sé, schietta, pura, non mescolata, ma neppure insozzata da carne umana né da colori, né da altra insulsaggine mortale, ma potesse contemplare la stessa divina bellezza nella sua semplice forma? Forse credi che diventi meschina la vita di un uomo che guardi fisso colà e contempli la bellezza con il mezzo con il quale bisogna osservarla e trascorra la vita insieme a lei? O non ne deduci che soltanto a questo punto vedendo la bellezza con lo strumento con cui si può guardare, potrà generare non simulacri di virtù, in quanto non è a contatto con un simulacro, ma virtù vera, perché è a contatto col vero, e che generando virtù vera e allevandola riuscirà a diventare amico del dio e se altro degli uomini mai, immortale anch’egli?» (Convivio, 211d-212a).
In questo momento di scoraggiata riflessione e ripiegamento su noi stessi saremo noi capaci di comprendere che la vera Virtù, che si esprime in tutti i veri valori della vita che noi abbiamo irriso e calpestato, che in fondo e sottotraccia continuiamo ad irridere per la sfrenata ed incurabile ingordigia di potere e di ricchezza, rinsaviremo un poco in questa via Crucis che ci ha colto di sorpresa? Sapremo rivolgere lo sguardo alla Virtù che è donata gratis dalla natura?
Sapremo anche valutare nell’immenso suo valore quell’Arte che dai tempi dei graffiti delle caverne ha affascinato l’uomo, in un’estrema tensione di mimesi, di imitazione della vera Bellezza, quella della natura?
Perché soltanto con la sua apparizione, sia arte poetica e letteraria, sia arte visiva, solo in questo modo la Ragione umana ha potuto prevalere sulla sua genetica e primordiale ferinità, ha potuto tentare di emulare e superare con la sua genialità le bellezze che la natura ci ha donato.
Perché solo per questo siamo Uomini, diversi da tutti gli animali che hanno solo l’input della procreazione per la preservazione della loro specie e perciò sono spinti dalla sola esigenza di mangiare e procreare e mantenere in eterno la specie. Fino a quando sarà loro concesso.
Perciò l’uomo si distingue e supera tutti gli esseri del creato per il suo inconscio, ma innato sigillo della Bellezza che attende di essere stimolato perché diventi Virtù.

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